
Il caramellaro era una tipica figura delle fiere di tutti i Santi. Di solito arrivava un poco prima della festa, vicino al bar Belvedere, e si metteva al lavoro nel tardo pomeriggio. Allora, attorniato da una miriade di bambini, accendeva una grossa lampada e iniziava la sua attività. Disponeva sull'improvvisato banco i suoi strumenti di lavoro: una lastra di marmo bianco, palettine, coltelli di varia grandezza e una grande quantità di misteriosi flaconi e ampolle ripieni di liquidi colorati. Al suo fianco, intanto, bolliva una grossa caldaia fumante. Poi spegneva il fuoco, versava l'impasto a base di zucchero sulla lastra di marmo e con una palettina la spingeva verso il centro. Dopo averla fatta raffreddare, iniziava l'operazione vera e propria. La pasta, che nel frattempo aveva assunto un colore lucido e cupo come il velluto (verde scuro se vi era l'essenza di menta, rosso cremisi se vi aveva messo quella di fragole, arancione per quella d'arancio, ecc.), simile ad una matassa, era fissata ad un uncino. Poi cominciava a tirare, e tira e tira e tira la matassa, quella si allungava sino a cambiare colore. Poi il caramellaro la posava com mille attenzioni sul banco e tagliava le varie striscie. Infine con una piccola mannaia queste venivano ridotte in pezzettini a forma di cubetti. I bomboloni erano così pronti, ammirati dai ragazzi con gli occhi sgranati e l'acquolina in bocca.
- Brano tratto da "Voci e luoghi della memoria" di Sara e Mimmo Pacifico - personalizzato da pizzodicalabria.net
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